Milano è una città metropoli attraversata da sempre da spinte innovative e fermenti creativi d'avanguardia. Visitarla è un 'must' mondiale che richiama una platea variegata internazionale e locale. Nel suo cuore, quello che da qualche decennio è conosciuto come "il quadrilatero della moda", c'è però la storia; con i suoi personaggi ed i suoi manufatti, compresi quelli architettonici, gli edifici, le pietre che li compongono.
Tra via Gesù e via Santo Spirito è situato il Palazzo Bagatti Valsecchi, dimora abitata dalla famiglia nobiliare sino al 1974, anno in cui il settantenne erede Pasino decise di istituire una fondazione per dare futuro alla casa, donando al contempo alla stessa Fondazione il patrimonio di arte raccolto dai suoi avi. Il Palazzo nobiliare fu poi acquistato da Regione Lombardia e nel 1994 la Casa Museo fu aperta al pubblico.
Da allora ospita mostre ed eventi artistici di primo piano caratterizzati da una selezione inedita e non di rado di avanguardia.
Il 2026 ha visto già la notevole esposizione (e non solo!) su Fortunato Depero "Space to space, la creazione della memoria". Un tuffo nella temperie tardo-futurista delle opere di Delpero, in collaborazione con il Mart di Rovereto, inserita nel programma Olimpiade culturale Milano Cortina 2026. Terminata il 2 di agosto, con il suo corollario di eventi di approfondimento e convivio culturale, dal 18 settembre e sino al 25 ottobre è in corso "Bertozzi & Casoni. Eterne e fragili presenze".
Bertozzi & Casoni sono un duo di ceramisti attivo dagli anni Ottanta e divenuto nel tempo una eccellenza artistica ed artigianale di ricerca nel design e nei processi di lavorazione, ma anche di senso artistico.
A partire dal nuovo millennio si confermano linguaggi e temi che divengono distintivi della Bertozzi & Casoni e che danno vita alle “contemplazioni del presente”, secondo la definizione degli stessi autori.
Una tematica speculativa che già richiama in sé quel motto "Respice finem", inciso nel Salotto d'Onore di Casa Bagatti a partire dal quale la Direzione artistica della Casa Museo ha trovato una speciale connessione con il pensiero di Fortunato Depero, il quale negli anni Quaranta del Novecento chiede ed esorta a concedersi "almeno mezz'ora giornaliera" per rivolgere la mente alla "nostra realtà, alla nostra arte"; ossia sganciandosi dall'immediato, rivolgere lo sguardo al contesto più ampio, ai fini ed al fine di ciò che si fa e produce.
Bertozzi & Casoni, attraverso le "nature morte" modellate su scene ed oggetti contemporanei alludono ai sempiterni temi della caducità umana, della transitorietà di ogni esistenza e di ogni forma. Topos e domanda sottesa ad ogni forma creativa in tutti i tempi, diviene oggi di cogente attualità, in un mondo da troppo tempo pervaso da illusione ed ambizione di eterno presente.
Le sorprendenti opere in ceramica (faentina) di Bertozzi e Casoni ci riconducono immediatamente alla cultura del design del secondo novecento, all'estetica pop dell'arte che dagli anni Sessanta sino a noi ha affermato la propria validità non soltanto artistica ma anche filosofica e sociologica. Ma, osservandole più da vicino ed in tre dimensioni (sembrano dipinti ad olio tanto son perfette), queste riproduzioni non si limitano a giocare con il design contemporaneo e sul significato dell'arte ma aprono prospettive teleologiche sul senso del vivente in generale, inevitabilmente mettendoci in relazione con il tema del 'tempo', la sua ineludibile realtà, il nastro sopra cui corriamo, " a prescindere " dalla direzione.
Se gli oggetti riprodotti (e mischiati senza ritegno, come un bambino curioso nel pieno dell'esplorazione della manualità e delle forme) richiamano alla pop art, presenze inaspettate in modalità descrittiva iperrealistica, colgono come in un agguato l'osservatore, il visitatore, per un inevitabile sobbalzo : ecco lo scarto di senso che interdice ed insinua (come animaletti vari che spuntano da piatti, giradischi o borsette) un primo straniamento. Per cui quel bellissimo vaso di fiori cromaticamente e stilisticamente magnifici... forse non è tanto importante per la funzione meravigliosamente decorativa di una stanza ma... potrebbe esserlo molto più per quegli insetti a noi così poco graditi che si nascondono (o si mostrano?) tra petali, gambi, corolle, vasi. Mentre l'abitante di quello spazio ne gode per la bellezza, altri inaspettati abitanti, del vaso e quindi anche della stanza, ne godono per nutrimento o tempo libero, chissà!
Non siamo gli unici "utenti" di quell'oggetto; la natura morta nasconde una natura ben viva e brulicante! (tale è la mimesis tra manufatto e natura)
La festa è finita, i dischi hanno girato sul piatto, il gelato, il tè, il caffè, le tazze, le sigarette, i tubetti, e chissà quali altre congerie di cose tirate in ballo e poi buttate là, lasciate là; gli umani cambieranno stanza ed occupazioni; ma quelle "presenze", prima che qualcuno passi a ritirarle e discomporre, stanno là, continuano ad emettere le proprie vibrazioni vitali anche in assenza della presenza umana o forse ancor di più. Forse le cose, come i giocattoli che prendono vita nei racconti un po' paurosi dei bambini, prendono anch'esse una propria vita quando noi ce ne andiamo a consumare altra vita ed altre vite altrove. Prendono vita e nascono organismi : insetti, lucertole, crostacei e molluschi: spuntano, occhieggiano, se la vivono con ed alle spalle degli umani che hanno creato quel contesto.
Ma niente turbamenti, è tutto finto ! Sembrano "più veri del vero" ma si tratta di ceramiche, anche i liquidi lo sono. E qui denotiamo già un secondo scarto di senso, poiché prendiamo coscienza della realtà che conosciamo partendo da una finzione. Ed anche questa è una dinamica classica dell'arte, la quale a questo serve. A farci vedere il vero attraverso il finto.
Curioso, pensandoci, che ci stiamo muovendo tra stanze di una reale dimora, vissuta sino a pochi decenni orsono dai membri di una famiglia, un nobile casato, ma fatto di persone in carne ed ossa. Dai cui cimeli esposti abbiamo la possibilità di conoscere vicende e carattere, inseriti nei costumi delle epoche attraversate dagli eredi.
Questa dimora, tuttavia, ha una caratteristica unica : è totalmente arredata, e vissuta in questa guisa, in stile "quattro-cinquecentesco" dell'Italia dell'alta Lombardia. Con arredi e manufatti veri, originali del tempo.
I mobili, la "stufa valtellinese", dipinti, oggetti, perfino suppellettili. Eppure la casa e i protagonisti della sua storia li collochiamo partendo dal tardo Ottocento.
I due fratelli Giuseppe e Fausto Bagatti Valsecchi a fine Ottocento, all'indomani dell'Unità d'Italia, si lanciarono nell'impresa di arredare la dimora di Via Gesù/Santo Spirito a quella guisa. Perché lo fecero ?
Il Regno d'Italia promosse con convinzione la riscoperta delle radici artistiche italiane del periodo umanistico e rinascimentale, quale collante della nuova patria.
I due fratelli, diversi e complementari nel carattere, entrambi architetti, erano accomunati dalla passione per l'arte, il collezionismo, ambiti nei quali profusero le proprie energie e capacità almeno quanto lo fecero per le imprese sportive, tecnologiche, inventive (li si possono scorgere a bordo di palloni aerostatici o su velocipedi).
Ed ecco che, in totale sintonia con gli entusiasmi che attraversavano il tempo, immaginano e realizzano di vivere in una dimora arredata come se fosse una casa del quattrocento e dotata delle nuove comodità rivoluzionarie di fine ottocento quali luce elettrica, acqua corrente e riscaldamento. (avveniristi !)
Si compone e si arreda la dimora di famiglia con manufatti artistici ed arredi originali del XV e XVI secolo, carichi di devozione religiosa: oggetti di uso quotidiano decorati a temi di vanitas e vari memento mori.
In questa ambientazione i due fratelli e la famiglia svolgevano le loro vite di nobili di rango di fine Ottocento . Una aporia, un trompe l'oeil in tre dimensioni ed abitato; una mise en abime reale che rende la visita alla Casa Museo già di per sé una esperienza sorprendente e pluristratificata.
Accostando, anzi ponendo materialmente le opere del duo Bertozzi e Casoni tra e sugli arredi della dimora Bagatti Valsecchi, l'effetto è ancora più sorprendente.
Dietro lo scarto simbolico e temporale, ecco apparire il medesimo gioco, la mimesis dell'arte e della vita.
Una straordinaria integrazione tra le due (o quattro?) dimensioni, uno scarto temporale e di senso che affina la riflessione, mutando lo sconcerto in ironia, la severità in divertita confusione.
I memento mori quattrocenteschi affogano - pezzi di mandibole che hanno masticato - in un piatto di gelato colante da una tazza rovesciata, tra pacchetti accartocciati, posate sporche, sigarette, cartacce, bottiglie di plastica schiacciate, contenitori di caffè, oggetti del recente quotidiano e comune passato.
"Usa e getta" proprio nel senso che appena non usi più, ti sei stufato o sei già in un'altra scena del tuo film, "riversi", sporchi, mischi. La noncuranza, sempre vitale, delle scene (questi oggetti sono scene) resa plasticamente dalla perfezione e dalla cura di ogni dettaglio che i due maestri usano per realizzare le loro strabilianti opere iperrealistiche in ceramica.
Irriverenza, ironia, umorismo sono gli strumenti che sovente l'arte contemporanea utilizza per parlarci della vertigine del tempo, della corruttibilità di tutto ciò che è umano e della capacità generativa della natura che si nutre di se stessa e passa di forma in forma di vivente in vivente (i fiori nel vaso sono morti, benché smaglianti; ma la popilia vive).
La collezione di libri di argomenti tutt'altro che religiosi e quattrocenteschi, opera posta nella sala della Biblioteca, è attraversata come una spada (e a casa Bagatti Valsecchi armature e spade non mancano certamente) dal lungo naso del bugiardo Pinocchio di Collodi (o del suo teschio, per l'occasione).
Accostamento fisico tra la collezione Bagatti Valsecchi e giustapposizione dello spirito con cui si ragiona e si convive con la caducità dell'esistenza la quale più che eterna sembra "incessante", in continuo mutamento e trasformazione.
Del resto, nonostante le marchiane differenze, le opere sembrano parte integrante degli ambienti della casa così come lo sono gli arredi del quattrocento!
Trasposizione, passaggi, mutamenti. Vita, scene di vita quotidiana. La vita. Che scorre, con o senza di noi. Lasciarsi stupire, accettando il gioco; forse l'unico antidoto ad un tempo per tanti versi posticcio o, davvero, denso di finzione, inganno.
Milano, la metropoli di Milano, custodisce meraviglie nei suoi sorprendenti spazi; meraviglie originali quanto realizzazioni postume, rifacimenti. Milano, una città dove la modernità è sempre presente e la storia ci fa l'occhiolino, e viceversa. Una città che sa giocare con gli spazi e con il tempo, proprio come si fa alla Casa Museo Bagatti Valsecchi.
Ed i due fratelli Fausto e Giuseppe Bagatti Valsecchi veri campioni di uno "spirto de Milàn" che sa attraversare il tempo per gioco su un velocipede e trasformare il passato in cosa vivente, in creatività.
Alessandra Branca


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